Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi: la “mediocrazia” ci ha tolto tutto. I mediocri sono entrati nella stanza dei bottoni e ci spingono a essere come loro, un po’ come gli alieni del film di Don Siegel “L’invasione degli ultracorpi”. Ricordate?

Questa era la frase iniziale di un post del 2016, che avevo scritto dopo aver letto “La Médiocratie”, libro del filosofo canadese Alain Deneault, docente di scienze politiche all’università di Montreal. Il lavoro era stato poi tradotto in italiano dall’editore Neri Pozza, con il titolo “La Mediocrazia”. Meritava di essere pubblicato anche in Italia, se non altro per il dibattito che aveva saputo suscitare nel mondo.

A distanza di otto anni da quel post si può dire che nulla è cambiato da allora. La mediocrità continua a imperare nelle nostre società. Anche in Italia, come hanno testimoniato centinaia di lettori che in questi anni hanno scritto per raccontare le loro esperienze negative, soprattutto nel mondo del lavoro.

Se la “mediocrazia” continua a dominare nel nostro Paese, ciò che si riscontra di nuovo è una certa rassegnazione che si è fatta strada tra gli italiani. La stanchezza sta prevalendo e in pochi ormai pensano che la situazione possa cambiare in meglio. Il pessimismo è frutto dell’esperienza degli ultimi anni, in un paese dove il familismo e il clientelismo sono ormai radicati a cominciare dall’alto per scendere via via verso il basso.

Del resto basta leggere le cronache sui giornali per verificare come figli, nipoti e amici abbiano (quasi) sempre le opportunità migliori rispetto a chi non è figlio, né nipote, nè amico di qualcono che conta. Non è qualunquismo e nemmeno populismo (termine che a molti piace tantissimo, in un’accezione negativa): è la realtà che gli italiani conoscono bene.

Se a questo aggiungiamo che l‘ascensore sociale si è bloccato ormai da tempo, comprendiamo perché lo stato di negatività e di pessimismo che si è fatta largo in Italia sia ormai pervasivo. Eppure avremmo bisogno di tutt’altro per rilanciare l’Italia. Come, ad esempio, spazzare via per sempre la “mediocrazia”.

Conviene allora rileggere – a distanza di tempo – l’analisi cruda e sincera del filosofo canadese.

Nel suo libro, Deneault ha il pregio di dire le cose chiaramente: «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia – scrive all’inizio della sua opera -, niente di comparabile all’incendio del Reichstag e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato nessun colpo di cannone. Tuttavia, l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Già, a ben vedere di esempi sotto i nostri occhi ne abbiamo ogni giorno. Ma perché i mediocri hanno preso il potere? Come ci sono riusciti? Insomma, come siamo arrivati a questo punto?

Quella che Deneault chiama la «rivoluzione anestetizzante» è l’atteggiamento che ci conduce a posizionarci sempre al centro, anzi all’«estremo centro» dice il filosofo canadese. Mai disturbare e soprattutto mai far nulla che possa mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Tutto deve essere standardizzato. La “media” è diventata la norma, la “mediocrità” è stata eletta a modello.

Chi sono i mediocri

Essere mediocri, spiega Deneault, non vuol dire essere incompetenti. Anzi, è vero il contrario. Il sistema incoraggia l’ascesa di individui mediamente competenti a discapito dei supercompetenti e degli incompetenti. Questi ultimi per ovvi motivi (sono inefficienti), i primi perché rischiano di mettere in discussione il sistema e le sue convenzioni. Ma comunque, il mediocre deve essere un esperto. Deve avere una competenza utile ma che non rimetta in discussione i fondamenti ideologici del sistema. Lo spirito critico deve essere limitato e ristretto all’interno di specifici confini perché se così non fosse potrebbe rappresentare un pericolo. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve «giocare il gioco».

Giocare il gioco

Ma cosa significa? Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi. Giocare il gioco, racconta Deneault, vuol dire acconsentire a non citare un determinato nome in un rapporto, a essere generici su uno specifico aspetto, a non menzionarne altri. Si tratta, in definitiva, di attuare dei comportamenti che non sono obbligatori ma che marcano un rapporto di lealtà verso qualcuno o verso una rete o una specifica cordata.

È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. «Piegarsi in maniera ossequiosa a delle regole stabilite al solo fine di un posizionamento sullo scacchiere sociale» è l’obiettivo del mediocre.

Verrebbe da dire che la caratteristica principale della mediocrità sia il conformismo, un po’ come per il piccolo borghese Marcello Clerici, protagonista del romanzo di Alberto Moravia, “Il conformista“.

Comportamenti che servono a sottolineare l’appartenenza a un contesto che lascia ai più forti un grande potere decisionale. Alla fine dei conti, si tratta di atteggiamenti che tendono a generare istituzioni corrotte. E la corruzione arriva al suo culmine quando gli individui che la praticano non si accorgono più di esserlo.

I mali della politica

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All’origine della mediocrità c’è – secondo Deneault (nella foto qui sopra) – la morte stessa della politica, sostituita dalla “governance”. Un successo costruito da Margaret Thatcher negli anni 80 e sviluppato via via negli anni successivi fino a oggi. In un sistema caratterizzato dalla governance – sostiene l’autore del libro – l’azione politica è ridotta alla gestione, a ciò che nei manuali di management viene chiamato “problem solving”. Cioé alla ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente. In un regime di governance siamo ridotti a piccoli osservatori obbedienti, incatenati a una identica visione del mondo con un’unica prospettiva, quella del liberismo.

La governance è in definitiva – sostiene Deneault – una forma di gestione neoliberale dello stato, caratterizzata dalla deregolamentazione, dalle privatizzazioni dei servizi pubblici e dall’adattamento delle istituzioni ai bisogni delle imprese. Dalla politica siamo scivolati verso un sistema (quello della governance) che tendiamo a confondere con la democrazia.

Anche la terminologia cambia: i pazienti di un ospedale non si chiamano più pazienti, i lettori di una biblioteca non sono più lettori. Tutti diventato “clienti”, tutti sono consumatori.

E dunque non c’è da stupirsi se il centro domina il pensiero politico. Le differenze tra i candidati a una carica elettiva tendono a scomparire, anche se all’apparenza si cerca di differenziarle. Anche la semantica viene piegata alla mediocrità: misure equilibrate, giuste misure, compromesso. È quello che Denault definisce con un equilibrismo grammaticale «l’estremo centro». Un tempo, noi italiani eravamo abituati alle “convergenze parallele”. Questa volta, però, l’estremo centro non corrisponde al punto mediano sull’asse destra-sinistra ma coincide con la scomparsa di quell’asse a vantaggio di un unico approccio e di un’unica logica.

Che fare?

La mediocrità rende mediocri, spiega Denault. Una ragione di più per interrompere questo circolo perverso. Non è facile, ammette il filosofo canadese. E cita Robert Musil, autore de “L’uomo senza qualità”: «Se dal di dentro la stupidità non assomigliasse tanto al talento, al punto da poter essere scambiata con esso, se dall’esterno non potesse apparire come progresso, genio, speranza o miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe».

Senza scomodare Musil, viene in mente il racconto di fantascienza di Philip Klass, “Null-P“, pubblicato nel 1951 con lo pseudonimo di William Tenn. In un mondo distrutto dai conflitti nucleari, un individuo i cui parametri corrispondono esattamente alla media della popolazione, George Abnego, viene accolto come un profeta: è il perfetto uomo medio. Abnego viene eletto presidente degli Stati Uniti e dopo di lui i suoi discendenti, che diventano i leader del mondo intero.

Con il passare del tempo gli uomini diventano sempre più standardizzati. L’homo abnegus, dal nome di George Abnego, sostituisce l’homo sapiens. L’umanità regredisce tecnologicamente finché, dopo un quarto di milione di anni, gli uomini finiscono per essere addomesticati da una specie evoluta di cani che li impiegano nel loro sport preferito: il recupero di bastoni e oggetti. Nascono gli uomini da riporto.

Fantascienza, certo. Ma per evitare un futuro di cui faremmo volentieri a meno, Deneault indica una strada che parte dai piccoli passi quotidiani: resistere alle piccole tentazioni e dire no. Non occuperò quella funzione, non accetterò quella promozione, rifiuterò quel gesto di riconoscenza per non farmi lentamente avvelenare. Resistere per uscire dalla mediocrità non è certo semplice. Ma forse vale la pena di tentare.

Le testimonianze

«Combatto perché lasciar passare il messaggio di mediocrità significa arrendersi a un sistema, a un sonno non ristoratore, un sonno apatico», aveva commentato Lucia con la grinta di chi non molla, dopo aver letto il mio post del 2016. «Credo che ciascuno di noi nell’interlocuzione quotidiana, negli uffici pubblici, al bar, per la strada, debba riprendere a pretendere di più», ragionava Costanza immergendo la sua proposta nella concretezza della vita di tutti i giorni.

Benedetta, invece, raccontava con amarezza la sua esperienza nelle imprese in cui aveva lavorato: «Credo che gran parte delle aziende italiane di media dimensione siano entrate a piedi pari nella crisi proprio perché non hanno mai dato retta a chi cercava di guardare alle situazioni con un certo occhio critico… Ma ora ho imparato la lezione e non esprimo più opinioni. Mi adeguo ed eseguo. E intanto muoio dentro ogni giorno un po’ di più».

E Sam, che aveva appena iniziato un programma di outplacement per trovarsi un nuovo lavoro, raccontava la sua esperienza di “esubero” in un’azienda appena entrata in un processo di fusione: «Mi hanno offerto di uscire, incentivata e con un servizio di outplacement. Sono entrato in questa azienda e ho creduto ingenuamente di poter dare un reale contributo dicendo la mia. Avevo 30 anni, ma non interessava, dava fastidio, non ero mediocre, obbediente, yesman. All’ennesima delusione è iniziata la seconda fase. Accettazione amara e rassegnazione. Passione recitata. Accondiscendenza. Ho imparato a essere mediocre e ad accantonare dalle 9 alle 18 la mia passione, a fatica, perché lei è forte e mi scorre nelle vene».

Lucia, Costanza, Benedetta, Sam erano le voci dell’Italia ostaggio della mediocrità, le energie vitali che il paese comprime ingiustamente per lasciar spazio alla “mediocrazia”, il potere dei mediocri. Come loro, oggi ve ne sono centinaia di altre.

Un paese bloccato

L’Italia, dicono i numeri, è un paese bloccato. L’ascensore sociale che ha consentito ai cinquantenni e ai quarantenni di oggi di salire un gradino più in su rispetto ai propri genitori, si è inceppato. 

Il trionfo della mediocrità si inserisce in un contesto di depressione economica che ne amplifica le negatività. Gli esempi non mancano. Basta vedere quanto siano importanti le reti di relazione in Italia per decidere il destino di quanti occupano i gangli vitali del sistema economico e sociale.

Nelle università, nella sanità, nella politica, nel mondo delle imprese le competenze ci sono, certo, ma a parità di competenza chi è inserito all’interno di un network ben definito prevale sugli altri. Il meccanismo di scelta della classe dirigente è basato sulla cooptazione e il criterio prevalente sembra essere quello della fedeltà piuttosto che del merito.
È il sistema della cooptazione acritica.

Ci salverà la meritocrazia?

Ma se è così, a salvarci sarà davvero la meritocrazia? Esattamente sessant’anni fa, nel 1958, viene pubblicato in Gran Bretagna un libro di fanta-sociologia ambientato in un futuro per noi non molto lontano. Il racconto è collocato infatti nel 2033 in una società finalmente governata dalla meritocrazia, dove l’unico metro di valutazione dei cittadini è il Quoziente intellettivo e dove il 5% dei più intelligenti governa sul rimanente 95%.

L’autore del libro “L’avvento della meritocrazia” (pubblicato anche in Italia nel 2014 dalle Edizioni di Comunità) è il sociologo ed economista inglese Michael Young, all’epoca membro influente del Partito laburista britannico. A distanza di sessant’anni dalla sua uscita, il fanta-racconto fornisce ancora significative chiavi di lettura per interpretare il mondo di oggi.

L’inventore della parola “meritocrazia”

Young è il vero padre del termine “meritocrazia”, ma a differenza del significato positivo che oggi attribuiamo a questa parola (considerata la medicina ideale per una società malata, governata dalla mediocrazia), il sociologo inglese ne aveva una considerazione del tutto negativa, addirittura dispregiativa.

Young segnala infatti il rischio che un’applicazione rigidamente ideologica del principio meritocratico possa generare una società ancora più ineguale di quella del suo tempo.

Il mondo descritto da Young è un mondo ormai proiettato verso un cupio dissolvi, con una società dominata da una nuova casta meritocratica e una maggioranza che, alla fine, si rivolta sanguinosamente. Young finge che l’autore del libro sia un sociologo che nel 2033 ripercorre le vicende storiche della Gran Bretagna dal 1870 all’anno in cui scrive. Alla fine del libro apprendiamo da una frase in corsivo che «poiché l’autore di questo saggio è stato ucciso anch’egli a Peterloo, gli editori, con rincrescimento, non hanno potuto sottoporgli le bozze del manoscritto per quelle correzioni che forse avrebbe voluto apportargli prima della pubblicazione». Peterloo è il luogo dove nel maggio 2034 si svolge uno sciopero generale organizzato dai “populisti”, l’unica organizzazione che si oppone alla società meritocratica e che vorrebbe ripristinare alcuni principi democratici e socialisti.

Intelligenza ed efficienza

Il racconto e le parole del libro sono dunque quelle di un uomo entusiasta della meritocrazia (a differenza del vero Young, che non lo era affatto) e devono essere lette inforcando i suoi occhiali. «Se non si può giocare altro che un calcio di prima fascia – scrive Young -, che cosa si deve fare di tutti quelli che non sono abbastanza bravi per essere ammessi nella squadra? Gli uomini, dopotutto, si distinguono non per l’uguaglianza ma per l’ineguaglianza delle loro doti. Se valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza o la loro efficienza, ma anche per il loro coraggio, per la fantasia, la sensibilità e la generosità, chi si sentirebbe più di sostenere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, o che l’impiegato straordinariamente efficiente è superiore al camionista straordinariamente bravo a far crescere le rose?».

Intelligenza ed efficienza sono dunque i parametri in base ai quali gli uomini vengono giudicati nella futuribile società meritocratica descritta da Young. In passato, invece, le cose andavano diversamente: «A quei tempi nessuna classe era omogenea dal punto di vista dell’intelligenza: i membri intelligenti delle classi superiori avevano tanto in comune con i membri intelligenti delle classi inferiori quanto ne avevano con i membri stupidi della propria classe. Ora che gli individui vengono classificati secondo l’intelligenza, la distanza tra le classi è diventata inevitabilmente maggiore. Da una parte, le classi superiori non sono più indebolite dai dubbi su se stesse e dall’autocritica. Oggi le persone in vita sanno che il successo è la giusta ricompensa della loro capacità, dei loro sforzi e delle loro innegabili conquiste. Esse meritano di appartenere a una classe superiore. Inoltre sanno non solo che il loro valore è alto in partenza, ma che sopra le loro doti naturali è stata costruita un’istruzione di prim’ordine».

Una società ineguale

Dunque, la società meritocratica è profondamente ineguale ma poiché la divisione per classi è basata su un parametro accettato come oggettivo da tutti (l’intelligenza), anche le differenze vengono accettate da tutti. O quasi. «Anche la situazione delle classi inferiori è diversa – scrive l’autore -. Oggi ogni individuo, per quanto umile, sa di aver avuto tutte le possibilità… Per la prima volta nella storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio».

Ma ecco cosa aggiunge l’entusiasta sociologo che descrive le mirabolanti caratteristiche della società meritocratica. «Gli uomini dopotutto si distinguono non per l’uguaglianza, ma per l’ineguaglianza delle loro doti. Una volta che tutti i geni stiano nell’élite, e tutti gli stupidi tra i lavoratori, quale significato può avere l’uguaglianza? Quale ideale è sostenibile fuorché il principio dell’uguaglianza di rango a parità di intelligenza?».

E ancora: «L’assioma del pensiero moderno è che gli individui sono ineguali; e da esso dipende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità. Dopo una lunga battaglia si è potuto costringere alla fine la società a conformavisi: i mentalmente superiori sono stati innalzati al vertice, e i mentalmente inferiori sono stati calati al fondo. Entrambi portano vestiti fatti su misura…».

L’élite diventa ereditaria

Il cammino vero la meritocrazia inizia più di 40 anni prima rispetto alla data nel quale l’ignoto sociologo scrive il suo resoconto. «Intorno al 1990 tutti gli adulti che avevano un QI superiore a 125 appartenevano alla meritocrazia. Un’alta percentuale dei ragazzi dotati di un QI superiore a 125 erano figli di questi stessi adulti. I migliori di oggi partoriscono i migliori di domani in una misura che non ha precedenti nel passato. L’élite si avvia a diventare ereditaria; i principi dell’ereditarietà e del merito tendono a fondersi. Quella trasformazione fondamentale per la quale sono occorsi più di due secoli è ormai quasi perfezionata». E poi: «Sotto questo nuovo regime la divisione tra le classi è diventata più netta, la posizione delle classi superiori più alta e quella delle classi inferiori più bassa».

La meritocrazia, dunque, si trasforma in un governo ereditario, dove i figli dei più intelligenti frequentano le scuole migliori, vivono in un ambiente competitivo e dunque tendono a essere mediamente più intelligenti di coloro che appartengono alle classi inferiori.

Young, naturalmente, estremizza, utilizza un linguaggio da iperbole, quasi satirico. Il suo è un romanzo distopico, che descrive una immaginaria società indesiderabile e spaventosa, simile a quelle raccontate da Aldous Huxley ne “Il mondo nuovo” e “L’isola” e da Geoge Orwell in “1984”.

Il desiderio di meritocrazia

L’avvento della meritocrazia” fu scritto da Young per mettere in guardia contro i cedimenti che alla fine degli anni 50 del secolo scorso si intravedevano fra i laburisti nel campo dell’istruzione pubblica e che rischiavano di compromettere la concezione egalitaria e democratica della società propugnata dal Partito laburista. Non a caso nel giugno 2001, Young scrive un’intervento (“Abbasso la meritocrazia”), pubblicato dal Guardian, nel quale si scaglia contro la politica di Tony Blair.

Certamente il ragionamento antimeritocratico di Young può sembrare del tutto fuori traccia nell’Italia di oggi, dove desideriamo ardentemente un po’ più di autentica meritocrazia nella selezione della classe dirigente di ogni ordine e grado. In Italia – è fuor di dubbio- c’è un bisogno disperato di meritocrazia.

Young considera invece la meritocrazia come un sistema ideato dalle classi dirigenti per cooptare i più intelligenti tra le classi più umili per disinnescare la possibilità di attuare un cambiamento politico.

Ma forse il significato autentico del libro lo fornisce lo stesso Young nel suo intervento sul Guardian, quando scrive che «è di buon senso inserire le singole persone nei posti di lavoro sulla base del loro merito. Ma accade il contrario quando coloro ai quali viene riconosciuto un merito particolare si irrigidiscono in una nuova classe sociale che non lascia spazio agli altri».

La rigida “meritocrazia”, dunque, non ci salverà. Ma allora l’Italia è senza speranza?

(L’immagine “Mediocrazia” all’inizio dell’articolo e’ tratta dalla copertina dell’Ep del gruppo “Il Rumore Bianco” presente sul sito https://ilrumorebianco.bandcamp.com.  L’autore dell’immagine e’ Davide Zuanazzi)

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