Dubai è sotto attacco e le immagini che girano in questi giorni sui siti di tutto il mondo sanciscono un punto di rottura nell’immagine che l’Emirato ha trasmesso negli ultimi decenni: quella di un luogo sicuro, pacifico, controllato, dove poter investire con tranquillità nel mercato immobiliare e dove spostare i propri soldi senza nessun timore. Non sappiamo quanto durerà l’emergenza di questa nuova guerra, ma da oggi sappiamo Dubai non è più intoccabile, che è un luogo vulnerabile, dove i missili e i droni iraniani possono fare danni e addirittura uccidere.
Come uscirà Dubai da questa emergenza non è ancora possibile saperlo. Probabilmente riuscirà a superare senza troppi danni il momento difficile ma c’è anche una possibilità che l’immagine graffiata di Dubai instilli negli investitori, nei milionari, il subbio che non sia più un luogo totalmente sicuro.
Avevo girato Dubai in lungo e in largo in più occasioni per scrivere un importante capitolo del libro “Europa parassita – Come i paradisi fiscali dell’Unione europea ci rendono tutti più poveri”, uscito in libreria per l’editore Chiarelettere. Avevo deciso di inserire l’emirato tra i paradisi fiscali più importanti perché molti italiani hanno trasferito i propri soldi a Dubai o hanno investito nell’immobiliare. E perché ormai Dubai può essere considerata sotto molti aspetti un’appendice dell’Europa.
Ecco uno stralcio del capitolo di quel libro.
Il boom immobiliare
Forse per bisogna dare atto a sua altezza reale lo sceicco Mohammed bin Rashid Al-Maktoum, classe 1949, quattro mogli, ventitré figli e dal 2006 capo assoluto di Dubai, di avere realizzato un’impresa impossibile. Il suo è un emirato con poco petrolio, a differenza della vicina Abu Dhabi, e allora l’unica strada per garantire lo sviluppo dei suoi territori è stata quella di avviarsi verso un’impresa rischiosa: trasformare un pezzo di deserto in uno dei più importanti centri mondiali del commercio, dell’economia e della finanza.
Un ingrediente fondamentale della sua ricetta è stato quello di far diventare Dubai una specie di gigantesco parco giochi, con tutto il corredo di star del cinema, della musica, dello sport, vip e miliardari che hanno bisogno di tanto lusso per essere attratti da un luogo lontano da tutto. Dubai è diventata anche una stazione di svago per il Mondo di Sopra. Lo spettacolo e il gossip hanno trascinato dietro di loro il mondo dei cittadini normali, ansiosi anch’essi di vivere l’esperienza degli idoli del cinema e del calcio, anche senza jet, elicotteri privati e soggiorni al Burj al-Arab, dove una suite da 670 metri quadrati con tre camere da letto costa 12.000 euro a notte.
Nel 2019 gli aeroporti di Dubai hanno trasportato 88 milioni di viaggiatori, quasi quanto l’intera popolazione della Germania e della Norvegia messe insieme. Poi il COVID ha ridimensionato l’assalto dei passeggeri e i numeri sono scesi a 29 milioni nel 2021. Ma nei quasi 800 hotel e appartamenti dell’Emirato nel 2022 hanno soggiornato quasi 15 milioni di turisti, di cui 212.000 italiani e quasi 600.000 russi. Rispetto alla popolazione, Dubai ha più ristoranti pro capite di New York. Al-Maktoum, senza alcun dubbio, ha vinto la scommessa. E lo dimostra anche il tasso di disoccupazione, che nel paese è dello 0,5%.
Ma c’è stato un momento in cui i suoi progetti hanno rischiato di fallire. Era accaduto alla fine del 2009, quando il mercato edilizio era improvvisamente crollato. La bolla si era sgonfiata. Al culmine del boom, a Dubai operavano circa 2.500 società di intermediazione mobiliare mentre i prezzi continuavano ad aumentare. Fino al 2006 gli stranieri non potevano acquistare la piena proprietà delle abitazioni ma avevano solo un diritto temporaneo di proprietà. Il mercato inoltre non era regolamentato perché mancava un registro ufficiale degli immobili. Ma da quell’anno agli stranieri fu consentito di diventare proprietari in ventitré aree dell’Emirato e fu istituito un nuovo catasto. In tutte le altre zone, invece, solo i cittadini o le società degli Emirati Arabi o dei paesi del Golfo potevano acquisire gli immobili.
L’apertura del mercato aveva scatenato il boom del real estate. La skyline di Dubai era costellata di gru che lavoravano giorno e notte. Il suolo della città era pieno di crateri per le fondamenta delle nuove torri. Tutto questo scatenò anche un turbolento giro di acquisti e di vendite alimentato da riciclatori di denaro e speculatori che in genere rivendevano le proprietà dopo aver pagato un acconto del 10%, facendo salire i prezzi a livelli assurdi e lasciando l’investitore finale drammaticamente esposto quando la bolla, inevitabilmente, cominci a sgonfiarsi.

L’innesco della spirale era stata la crisi finanziaria internazionale partita dagli Stati Uniti. Le banche avevano smesso di prestare denaro alle società immobiliari di Dubai fortemente indebitate e il calo dei prezzi degli immobili aveva reso difficile per loro continuare a onorare il proprio debito. Nel febbraio 2009 i prezzi degli immobili erano scesi del 30% in tre mesi e 3.000 auto erano state abbandonate all’aeroporto internazionale di Dubai da expat in fuga dopo aver perso il lavoro. Solo l’intervento di Khalifa bin Zayed Al-Nahyan, l’emiro di Abu Dhabi ricco di petrolio, aveva salvato Dubai dalla bancarotta e, per ringraziarlo, Al-Maktoum decise di cambiare il nome del grattacielo più alto del mondo da Burj Dubai a Burj Khalifa.
In quel periodo avevo visto con i miei occhi gli effetti della crisi immobiliare nell’Emirato. I cantieri erano bloccati, nessuno riempiva i giganteschi crateri scavati nel terreno, le gru erano ferme e le torri già costruite rimanevano vuote. Giravo la sera per la città e vedevo enormi grattacieli completamente bui. Sulle facciate di decine di altri c’erano grandi scritte con le parole «to let» o «for rent».
A un tavolino di un bar del Financial Centre, un giovane broker inglese seduto di fronte a me si era sporto sulla sedia mentre sorseggiava un bicchiere di acqua minerale con una fettina di limone e mi aveva chiesto sorridendo: «La sa quella di Abdubai?».
Gli risposi un po’ sorpreso dall’improvvisa intromissione: «Prego?».
«Sì, c’è uno straniero che arriva a Dubai in macchina e vede un cartello in arabo e in inglese. Sopra c’è scritto “Benvenuti ad Abdubai”. L’uomo dice allora al suo autista: “Abbiamo sbagliato strada…”. E lo chaffeur risponde: “Ma certo che no, signore. Questa è la nuova Dubai. La vecchia ha smesso di esistere il 25 novembre 2009”.»
Quel giorno del 2009 Dubai World, la società di proprietà dell’emiro che stava costruendo i più importanti progetti infrastrutturali e immobiliari del paese, aveva chiesto alle banche uno stop temporaneo del pagamento dei 26 miliardi di debito delle sue controllate. A Dubai rimasero tutti con il fiato sospeso fino all’intervento decisivo dell’emiro di Abu Dhabi, che da quel momento aveva in mano il destino di Dubai. Ma lentamente e con fatica, Al-Maktoum riuscì a rimettere in moto l’economia del suo emirato.
Molti italiani uscirono scottati dalla crisi immobiliare. Altri ancora erano stati truffati, convinti ad affidare i loro soldi a speculatori senza scrupoli che promettevano guadagni mirabolanti ma che lasciavano sul lastrico i poveri investitori. Avevo osservato direttamente uno di questi casi a Dubai Marina. O meglio, avevo visto il cratere nel terreno di una torre che da due anni aspettava di essere costruita. Era il 2009. Nel 2013 erano stati completati solo undici dei trentasei piani previsti ma tutto si era nuovamente bloccato. Nel 2019 su un blog di expat italiani a Dubai, alcuni investitori segnalavano che il cantiere stava per ripartire. Tutti i piani erano stati costruiti ma non erano ancora completati e la torre sembrava ancora abbandonata.
La lista Dubai
Difficile dire quanti italiani abbiano acquistato un appartamento a Dubai in quegli anni. Dubai era un Far West. Non c’era nessuna regolamentazione, scarsi controlli, e molti immobili venivano comprati in contanti, senza lasciare tracce e con soldi in nero. Gli agenti immobiliari italiani con i quali avevo parlato mi avevano raccontato divertenti storielle di compratori di tutte le nazionalità, ma soprattutto russi, che si presentavano con le tipiche valigette piene di contanti e che acquistavano qualunque immobile sulla carta prima della costruzione. Se poi fosse già stato completato, lo avrebbero comprato senza neppure vederlo di persona.
Il mistero su quanti stranieri abbiano effettivamente investito a Dubai non sorprende dal momento che l’Emirato è un paradiso fiscale a tutti gli effetti. Ma un campanello d’allarme era risuonato tra i grattacieli l’11 giugno 2021, quando il settimanale tedesco «Der Spiegel» aveva rivelato che una breccia nel muro di opacità che avvolgeva Dubai era stata aperta.

Il ministro federale delle Finanze tedesco, Olaf Scholz – che nel dicembre 2021 sarebbe diventato cancelliere al posto di Angela Merkel –, aveva acquistato da un informatore anonimo, per 2 milioni di euro, una lista di proprietà immobiliari e conti bancari di cittadini stranieri residenti a Dubai. La Germania non era nuova all’acquisto di informazioni sugli evasori fiscali. Era stato soprattutto il Land del Nord Reno-Westfalia a portare avanti questa strategia con l’allora ministro delle Finanze del distretto di Düsseldorf, Norbert Walter-Borjans. Secondo uno studio della facoltà di economia dell’Università di Magdeburgo, dal 2010 il Land del Nord Reno-Westfalia aveva acquistato in dieci occasioni dei dati contenenti nomi di presunti evasori fiscali tedeschi con conti in Svizzera. E a fronte di una spesa di 18 milioni di euro, l’acquisto aveva portato a maggiori entrate fiscali per 2 miliardi di euro nel Land e per 4-5 miliardi nell’intera Germania. Insomma, era stato un vero affare.
I nomi contenuti nei file acquistati nel 2021 dal governo di Berlino erano migliaia e appartenevano a diversi paesi, tra i quali l’Italia, che ottenne la lista dei nominativi e dei beni posseduti a Dubai dagli italiani poche settimane dopo. Il direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, affermò che gli italiani contenuti nella lista erano «alcune centinaia» ma un numero preciso non è mai stato rivelato. Si trattava comunque di circa 600 nominativi. Quel che è certo è che gli uomini del fisco italiano si misero subito al lavoro su quei nomi e cominciarono a indagare sugli immobili che gli italiani della lista possedevano nell’Emirato per verificare se fossero stati comunicati al fisco e se i proprietari avessero versato le relative tasse. Dopo le sentenze della Corte di cassazione sulla «lista Falciani», i dati sui presunti evasori che provenivano da altri stati o dalla magistratura di altri paesi potevano essere tranquillamente utilizzati come indizi sui quali avviare le indagini, anche se erano stati ottenuti illegalmente.
Un’altra lista di 2.407 italiani, proprietari di 3.700 appartamenti a Dubai, era emersa nel 2022 all’interno di un database ottenuto da C4ADS, una organizzazione non profit statunitense che indaga sul crimine internazionale e sui conflitti. I dati erano stati poi pubblicati da alcuni giornali in tutto il mondo. Il nuovo leak, diffuso con il nome di «Dubai Uncovered», era un elenco di 274.000 persone e società di 197 paesi diversi per un totale di 883.000 proprietà a Dubai e rivelava che gli stranieri nella lista possedevano in media più di tre immobili ciascuno.
Le informazioni erano state poi analizzate da un gruppo di esperti di EU Tax Observatory, un osservatorio fiscale dell’Unione europea ospitato dalla Paris School of Economics e il cui animatore è Gabriel Zucman, professore dell’Università di Berkeley, in California. Dall’analisi era emerso che le persone fisiche e le società straniere avevano investito più di 145 miliardi di dollari nel mercato immobiliare di Dubai, più del doppio del valore degli immobili controllati da società offshore a Londra nel 2019, che ammontavano a 66 miliardi di dollari. Il valore totale delle proprietà di Dubai era stimato in 533 miliardi di dollari, cioè lo 0,6% del PIL mondiale, e il 27% era in mano a investitori stranieri. Erano gli indiani a possedere il maggior numero di immobili offshore. Erano 35.000 e controllavano il 20% delle proprietà totali degli stranieri nell’Emirato, pari a 30 miliardi di dollari. Poi venivano i 23.000 britannici, che possedevano 15.000 immobili, pari al 10% del valore delle proprietà controllate da cittadini non emiratini.
Emergevano anche dati insoliti ma che dimostravano come Dubai fosse utilizzata come paradiso fiscale per mettere al sicuro capitali fuoriusciti da paesi poveri o da altri paradisi fiscali. Per esempio, i proprietari della Sierra Leone detenevano immobili che valevano 3.748 volte il PIL pro capite del paese africano. Non solo. Il valore medio delle proprietà a Dubai era di 603.000 dollari ma gli immobili controllati da società di Antigua e Barbuda valevano mediamente 3,6 milioni di dollari, quelle di Cipro, Samoa Americane, Jersey, Porto Rico e Gibilterra avevano una media compresa tra uno e 1,5 milioni di dollari. Gli investimenti più lussuosi erano realizzati attraverso società di comodo opache, in genere domiciliate in altri paradisi fiscali.
C’era un ultimo dato nello studio che era assai significativo. I ricercatori avevano confrontato gli immobili di proprietà di cittadini norvegesi con i documenti fiscali amministrativi del paese scandinavo, che erano molto accurati. Il risultato era che circa il 70% delle proprietà di Dubai possedute da norvegesi non era stato dichiarato al fisco del loro paese. Non era stato possibile fare lo stesso confronto con gli altri stati ma era lecito chiedersi quanti degli immobili posseduti da italiani a Dubai fossero in regola con le imposte in Italia. Lo studio era una valida rappresentazione del Mondo di Sopra.
(stralcio del libro “Europa parassita – Come i paradisi fiscali dell’Unione europea ci rendono tutti più poveri”, Chiarelettere 2024)





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